Dialoghi con leucò

Dialoghi con Leucò

Pubblicato nel 1947, Dialoghi con Leucò raccoglie ventisette dialoghi composti tra il 1945 e il 1947, nei quali Pavese rielabora il mito classico in una forma essenziale e concentrata. Figure divine ed eroiche sono poste a confronto in scene brevi e tese, dove la parola diventa strumento di indagine sul destino, sulla colpa, sul desiderio e sulla morte.

L’opera, centrale nella riflessione pavesiana sul mito, coniuga rigore formale e densità simbolica, intrecciando fonti antiche e sensibilità moderna. In questa edizione digitale il testo è presentato secondo criteri filologici espliciti, con strumenti di consultazione che permettono di esplorarne la struttura, i rimandi e le stratificazioni interpretative.

Note

Mito: La Nube

Il mito di Issione risulta presente in Omero; tuttavia, la vicenda per intero è narrata per la prima volta da Pindaro: probabilmente al tempo di Omero il mito non era ancora definito, anche se godrà di molta fortuna, tanto che da Omero e Pindaro arrivò ai tragici. Eschilo ne trattò la vicenda in un Issione perduto (di cui ci dà testimonianza Diodoro) e nelle Eumenidi, dove Issione è posto a paragone di Oreste, come autore di un orrendo crimine (il primo esempio di crimine familiare secondo Pindaro), che viene perdonato da Zeus, il quale deve mostrarsi benigno anche verso Oreste (così afferma Apollo, perorando la causa di Oreste). La versione del mito esposta da Eschilo è particolarmente divergente rispetto alle altre, in quanto presenta Issione come figlio di Antione e non di Flegias, padre di Piritoo e dei Centauri e – cosa ancora più importante – come il primo assassino in assoluto, non specificamente di un familiare, come afferma Pindaro. Inoltre, in Eschilo è messa in risalto la purificazione di Issione, motivo assente in Pindaro. Sofocle parla di Issione nel Filottete, dove l’allusione al mito (Issione non viene espressamente nominato) ha una doppia funzione: per contrasto, rappresenta la differenza massima fra Filottete e Issione, innocente il primo e meritatamente punito il secondo; come raffronto esemplare, il supplizio straziante di Issione indica l’eccezionalità del dolore di Filottete, che risulta incomparabile in quanto immeritato). Se Pindaro ci parla del supplizio della ruota in cielo, in Diodoro la medesima pena è collocata nell’Ade, come per primo aveva detto Apollonio Rodio, e dopo di lui tramanderanno Luciano, Virgilio, Ovidio, Igino.

Si noti che Piritoo, il figlio che secondo parte della tradizione Issione ebbe dalla moglie Dia, fu il fedele compagno di Teseo, con il quale compì numerose imprese, tra cui il rapimento di Elena e la discesa negli Inferi; insieme parteciparono anche alla spedizione degli Argonauti. La fine di Piritoo è legata ad un atto di ὕβρις: egli, infatti, aveva persuaso Teseo a recarsi negli Inferi per rapire Persefone e farla diventare la propria sposa (Teseo avrebbe dovuto sposare Elena, rapita all’età di dodici anni, così entrambi si sarebbero uniti a una figlia di Zeus). Ade li accolse e li ascoltò apparentemente senza insidie, facendoli in realtà sedere sui troni della dimenticanza, da cui fu impossibile staccarsi. Quando Eracle discenderà a sua volta nel regno sotterraneo riuscirà a liberare solo Teseo, lasciando per sempre Piritoo incatenato nel Tartaro. Piritoo aveva in precedenza sposato Ippodamia: durante il banchetto di nozze i Centauri ebbri e incontinenti avevano rovinato la festa e cercato di violare la sposa e ne era scaturita la Centauromachia, cioè la guerra tra Lapiti e Centauri. Per quanto riguarda l’impresa degli Argonauti, molti dei partecipanti sono protagonisti dei DL o a questi collegati: Orfeo, Giasone, Eracle, Teseo, Peleo, Castore&Polluce, Laerte, Meleagro, Atalanta-unica donna. Interessante inoltre come Pavese abbia scelto moltissimi tra coloro che secondo il mito erano tornati dagli Inferi: cf. Igino, 251COLORO CHE, PER LICENZA DELLE PARCHE, RITORNARONO DAGLI INFERI: Cerere, cercando Proserpina, sua figlia. Il padre Libero scese a cercare la madre sua Semele, figlia di Cadmo. Ercole, figlio di Giove, andò nell’Ade a prendere il cane Cerbero. Ci andò anche Asclepio, figlio di Apollo e Coronide. Castore e Polluce, figli di Giove e di Leda, ritornano alternandosi nella morte. Protesilao, figlio di Ificlo, tornò per Laodamia, figlia di Acasto; Alcesti, figlia di Pelia, per il marito Admeto; Teseo, figlio di Egeo, per Piritoo. Ippolito, figlio di Teseo, ci andò per desiderio di Diana e venne in seguito chiamato Virbio. Orfeo, figlio di Eagro, discese agli Inferi per cercare la moglie Euridice. Adone, figlio di Cinira e Smirna, ci andò per volere di Venere. Glauco, figlio di Minosse, fu riportato alla vita da Poliido, figlio di Cerano. Ulisse, figlio di Laerte, discese all’Ade per ritornare in patria; Enea, figlio di Anchise, per il padre. Mercurio, figlio di Maia, è un visitatore costante degli Inferi. A proposito di Issione, è possibile individuare un collegamento significativo con il culto della quercia, di cui ampiamente parla Frazer (Il ramo d’oro, Bollati Boringhieri 2024, pp. 195 ss.): si tratta di un culto comune a tutte le genti europee, che veneravano un dio «della quercia, del fulmine e della pioggia», il quale rappresentava «la divinità principale del loro pantheon» (p. 198). Questa divinità nel mondo greco-romano era Zeus-Giove-Giano, sposo della dea del bosco Diana-Giana-Giunone (all’origine dei nomi vi è la medesima radice indoeuropea collegata alla luce, cf. il greco Ζεύς-Διός). Ιssione, cercando di sedurre Era, attentava al ruolo di dio della quercia proprio di Zeus. In Graves, 50 2 e 63 1, l’etimologia del nome è collegata non solo a ischys=forza ma anche a ixias=vischio; il vischio è parassita della quercia e «veniva identificato con i genitali della quercia» (50 2), il cui seme si credeva avesse grandi proprietà terapeutiche. Il nome stesso di sua moglie, Dia, rimanda – come ci dice sempre Graves nel medesimo luogo – alla dea lunare del culto della quercia. Il famoso ramo d’oro colto da Enea – che dà il titolo all’opera di Franzen e che è raffigurato nel famoso dipinto di Turner citato da Franzen nell’incipit del suo libro – pare fosse per l’appunto un ramo di vischio. Il destino del re-sacerdote della quercia era di essere «flagellato…decapitato con un’ascia, evirato, inchiodato a un albero e arso; dopo di che i suoi parenti lo mangiavano sacramentalmente» (63 1). Tutto ciò rientrava nel culto degli alberi e in special modo nel rituale del sacro bosco di Nemi, per cui ogni sacerdote era stato l’omicida di colui che lo aveva preceduto e di cui aveva preso il posto, e alle sue funzioni di rappresentante della divinità. Alla quercia fa riferimento Issione stesso alla fine del dialogo, quando cita appunto la dea della quercia: LA NUBE La tua sorte è segnata. Non si sollevano impunemente gli occhi a una dea./ ISSIONE Nemmeno a quella della quercia, la signora delle cime? E significativamente il termine quercia ritorna solo nel dialogo di Virbio, che rivolgendosi a Diana le dice: Ma il rinato, il tuo servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non è felice, perché nemmeno sa se esiste. La quercia è collegata anche all’impresa degli Argonauti: la dea Atena, infatti, aveva collocato sulla prua della nave Argo un pezzo della quercia sacra di Dodona perché fosse di buon auspicio (cf. Graves 148); ad una quercia era stato appeso il vello d’oro da Eeta. La quercia è anche l’albero a cui Licaone, di cui si parla nel dialogo Il lupo, aveva appeso le proprie vesti prima di diventare licantropo e, ancora, su una pira di legno di quercia sarà arso Eracle.Quanto a Nefele, la Nube forgiata con le sembianze della regina degli dei, essa si può sovrapporre ad un’altra Nuvola, sposa di Atamante, re di Beozia, e da questi ripudiata dopo che egli si era innamorato di Ino (per la vicenda di Atamante cf Apollodoro I, 9 1-2, Igino 2); dopo la morte, Ino sarà trasformata nella dea del mare Leucotea. In tal modo, si rintraccerebbe sin da questo primo dialogo un legame tra i protagonisti, Issione e Nefele, e Leucotea, interlocutrice attiva in due dialoghi e, in generale, di tutti i dialoghi, che a lei Pavese ha intitolato. Dea marina così chiamata dopo la sua morte e trasformazione, era stata – come si è detto – Ino, figlia di Cadmo e donna amata da Atamante, figlio di Eolo e quindi fratello di Sisifo, a sua volta nonno di Bellerofonte; egli, per volontà di Era, aveva sposato Nefele e poi l’aveva messa da parte proprio per amore di Ino. Ino era invisa a Era anche perché, assieme ad Atamante, aveva accolto Dioniso, il figlio dell’amore extraconiugale di Zeus e Semele, sorella di Ino. A sua volta, Ino, Nefele, Atamante e i figli da loro concepiti (Frisso, Leucone ed Elle da Nefele, Learco e Melicerte da Ino) sono collegati ai riti sacrificali celebrati dai pastori per propiziare le piogge (motivo centrale del dialogo I fuochi) e alle vicende del vello d’oro (Gli Argonauti sono protagonisti del dialogo omonimo). Sarà proprio Leucotea, nel dialogo La vigna, a dire alla sua interlocutrice Ariadne che era stata Ino. Inoltre, Ino e Elle erano divinità lunari e femminili, esempio del tramonto del culto lunare a favore di quello solare di Zeus. . [Cf. Graves p. 202-207; Ker. p. 217-218, 317-319]. Per ulteriori approfonbdimenti sulle fonti, cf. scolii ad Apollonio Rodio, III 62; Igino, Fabulae 33 e 62; Pindaro, Pitica II 33-89 con scolio; Luciano, Dialoghi degli dei 6; scolii a Euripide, Fenicie 1185; scolio a Odissea XXI 503; Apollodoro, I, 4, Ovidio, Metamorfosi, IV 461 e 465.

Approfondimento: La Nube

Il dialogo non è citato in MV e Lettere. Quasi un anno dopo dalla composizione de La nube, il 24 febbraio 1947, Pavese annota nel MV: Crono era mostruoso ma regnava su età dell’oro. Venne vinto e ne nacque l’Ade (Tartaro), l’isola Beata e l’Olimpo, infelicità e felicità contrapposte e istituzionali. L’età titanica (mostruosa e aurea) è quella di uomini-mostri dèi indifferenziati. Tu consideri la realtà come sempre titanica, cioè come caos umano-divino (= mostruoso), ch’è la forma perenne della vita. Presenti gli dèi olimpici, superiori, felici, staccati, come i guastafeste di questa umanità, cui pure gli olimpici usano favori nati da nostalgia titanica, da capriccio, da pietà radicata in quel tempo. (Per i Dialoghi). Pavese condensa qui uno dei temi portanti del dialogo, che vive innanzi tutto della contrapposizione tra il «vecchio destino» sotto cui è nato anche Issione e la «nuova legge», posta a inizio del dialogo (segnala Pontiggia, p. 130, che questo brano riassume il «nucleo concettuale» del dialogo) e dei Dialoghi, di cui costituisce senz’altro una delle chiavi di lettura.

Un’altra annotazione del 1947, 10 luglio, si sofferma in modo particolarmente interessante sulla contrapposizione città-campagna, titanismo-olimpico, ordine-disordine: Contemplato | a | lungo la collina oltre Po e notato che insomma sono tutti parchi, ville, strade note e rinote. Dov’è l’interesse per il selvaggio, che pure t’incute? Quel che accade al selvaggio è di venir ridotto a luogo noto e civile. Il selvaggio come tale non ha in fondo realtà. E ciò che le cose erano, in quanto inumane. Ma le cose in quanto interessano sono umane. Notato che Paesi tuoi e Dialoghi con Leucò nascono dal vagheggiamento del selvaggio – la campagna e il titanismo. In questo argomento, si può sperare di andar oltre al Richiamo della foresta? Che pure ti scoccia assai. L’arte del Novecento batte tutta sul selvaggio. Prima come argomenti (Kipling, D ’Annunzio ecc.), poi come forma (Joyce, Picasso ecc.). Leopardi con le illusioni poetiche giovanili ha vagheggiato questo selvaggio, come forma psicologica. Anderson, a modo suo, ha toccato questo selvaggio, nella naturalità della vita del Centro-ovest. Tutto ciò che ti ha colpito in modo creativo nelle letture, sapeva di questo. (Nietzsche col suo Dioniso…) Con la scoperta dell’etnologia sei giunto a storicizzare questo selvaggio. La città-campagna dei primi libri è diventata il titanismo-olimpico dell’ultimo. Tu vagheggi la campagna, il titanismo – il selvaggio – ma apprezzi il buon senso, la misura, l’intelligenza chiara dei Berto, dei Pablo21, dei marciapiedi. Il selvaggio t’interessa come mistero, non come brutalità storica. Non ti piacciono le storie partigiane o terroristiche, sono troppo spiegabili. Selvaggio vuol dire mistero, possibilità aperta. La tua idea, del 23-26 ag. ’44, che selvaggio sia il superstizioso, il non più accettabile moralmente, mentre il semplice caso è naturale (anche la crudeltà della natura ci appare moralmente superata), accompagna la tua favola perenne – il selvaggio, il titanico, il brutale, il reazionario sono superati dal cittadino, dall’olimpico, dal progressivo cfr. Paesi tuoi, Dialoghi con L., Compagno. Tu esalti l’ordine descrivendo il disordine.